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Just Transition Fund: come funziona (se funziona) il fondo per la green economy?

Just Transition Fund: come funziona (se funziona) il fondo per la green economy?

Da diversi mesi si parla di Green New Deal, di Recovery Fund, di Meccanismo Europeo di Stabilità e di Quantitative Easing, di PEPP (Pandemic Emergency Purchase Programme). Di soldi, in sostanza.

E dei meccanismi per farli arrivare là dove necessario, per fare di volta in volta, “decollare” l’economia in generale, promuovere quella verde, in particolare, regolare il mercato, per far fronte all’emergenza pandemia, e via discorrendo. Si è invece ancora parlato poco, e non con la dovuta attenzione, del Just Transition Fund, parte integrante del Green New Deal. E fondamentale, insieme al meccanismo che ne regola l’erogazione, per finanziare l’uscita dalla dipendenza dai combustibili fossili nelle regioni europee che più ne dipendono.

Specie in relazione alla governance finanziaria: come verranno spesi tutti questi soldi? Siamo preparati a spendere bene quei soldi? Ma soprattutto, e a monte, i programmi che li stanziano, sono efficaci?

Il cambio di paradigma innescato dal Green New Deal

Lo scorso 15 gennaio il Parlamento Europeo ha approvato il testo del Green New Deal contenente il piano ambientale dell’Unione Europea. Piano proposto e sostenuto dalla Presidente della Commissione Ursula Von Der Leyen.

Il documento, suddiviso in 116 punti, prevede che il Parlamento sia l’organo che dovrà impegnare i Paesi dell’Unione al fine di attuare urgenti “interventi ambiziosi per far fronte al cambiamento climatico e alle sfide ambientali, allo scopo di limitare il riscaldamento globale a 1,5° C ed evitare una perdita massiccia di biodiversità”.

L’obiettivo è quello di rendere il Vecchio continente carbon-neutral entro il 2050 attraverso alcune azioni chiave come decarbonizzazione, efficienza e riconversione.

Il Green New Deal prospetta una visione di democrazia europea sociale e sostenibile, che coniuga i problemi del clima con quelli della società e dell’economia. Prospettando delle soluzioni che siano in grado di apportare migliorie in tutti e tre gli ambiti.

La sostenibilità da sola non basta

L’idea di fondo è che soltanto attraverso un nuovo patto tra cittadini, imprese ed istituzioni si potrà affrontare la sfida del cambiamento climatico.

La sostenibilità ambientale, da sola, non è più sufficiente. Occorre che la sostenibilità sia anche (perlomeno) sociale ed economica.Detto in altri termini: occorre cambiare paradigma, e tendere ad una “molteplice sostenibilità”. Come si evidenzia all’inizio della nuova norma ISO 14001:2015, “il raggiungimento di un equilibrio tra ambiente, società ed economia è considerato essenziale per soddisfare le esigenze del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare le proprie. Lo sviluppo sostenibile come obiettivo si raggiunge mediante l’equilibrio dei tre pilastri della sostenibilità”.

L’obiettivo è ben chiaro e definito. Come si legge nell’approvazione del documento da parte del Parlamento, consiste nella “trasformazione dell’Unione in una società più sana, sostenibile, equa e prospera, con zero emissioni nette di gas a effetto serra”. Per approdare a questa molteplice sostenibilità occorre “la necessaria transizione verso una società europea climaticamente neutra entro il 2050”. Che deve costituire e “diventare una storia di successo europea”.

Già, ma come realizzare questo ambizioso obiettivo, e con quali tempistiche?

Just Transition Mechanism: cos’è?

Fra le misure adottate da Bruxelles per favorire una ripresa equa e a zero emissioni figurano il Meccanismo di transizione giusta, che include:

  • il Just Transition Fund (“per non lasciare indietro nessuno”)
  • il Piano di investimenti per l’Europa sostenibile

Il Just Transition Mechanism (JTM) è un pacchetto da 100 miliardi (per il periodo che va dal 2021 al 2027), pensato per aiutare le regioni più povere dell’UE a muoversi verso un’economia a emissioni zero. Questo attraverso una progressiva riduzione del consumo di combustibili fossili e il passaggio a tecnologie meno inquinanti in tutti i settori.

Gli Stati che vorranno accedere ai finanziamenti dovranno proporre dei piani di transizione territoriale coerenti con i Piani nazionali per l’energia e il clima per il 2030.

Piano di investimenti sostenibili

È articolato sue tre pilastri: 

  1. aumentare i fondi privati e pubblici per la transizione arrivando a mobilitare fino a mille miliardi di euro in 10 anni. Questo utilizzando in parte fondi provenienti dal budget Ue (circa il 25%) e in parte attivati attraverso il JTM
  2. creare un quadro normativo adatto per gli investitori privati e il settore pubblico, attraverso una definizione dei finanziamenti green
  3. fornire un supporto ad hoc alle pubbliche amministrazioni e ai promotori dei progetti per mettere a punto i piani sostenibili.

Due pilastri aggiuntivi

Oltre al fondo ad hoc, il JTM (che prevede anche una revisione delle norme UE sugli aiuti di Stato, con un allargamento delle maglie per i sussidi pubblici alle imprese che possono essere giustificati con gli obiettivi climatici e della transizione energetica) è basato su altri due pilastri:

  1. un sistema specifico nell’ambito di InvestEU, il cui obiettivo è quello di mobilitare gli investimenti pubblici e privati nell’UE per contribuire a colmare l’attuale carenza di investimenti in Europa (la Commissione propone lo stanziamento di 15,2 miliardi di EUR per il fondo InvestEU; attirando investimenti pubblici e privati, la Commissione prevede che il fondo InvestEU consentirà di mobilitare oltre 650 miliardi di EUR di investimenti aggiuntivi in tutta l’UE nel periodo di 7 anni);
  2. uno strumento di prestito della BEI, che includerà 1,5 miliardi di € in sovvenzioni dal bilancio dell’UE e fino a 10 miliardi di euro in prestiti dalle fonti proprie della stessa Banca europea per gli investimenti. In base alle previsioni della Commissione, sarà in grado di mobilitare tra i 25 e i 30 miliardi di euro di investimenti. Serviranno ad aiutare i territori e le regioni più colpiti dalla transizione verso un’economia neutrale dal punto di vista climatico. Dando la priorità a quelli che hanno meno capacità di gestire i costi della transizione.

Il Just Transition Fund pre e ‘post’ Covid-19

Nel dicembre 2019, la Commissione europea ha pubblicato il Green Deal europeo, di cui il JTF è parte integrante.

La proposta del gennaio 2020 prevedeva che il JTF ricevesse circa 7,5 miliardi di nuovi fondi UE. Soltanto quattro mesi più tardi (siamo a maggio 2020) a seguito della pandemia di COVID-19, la Commissione ha modificato la propria proposta. Portando il sostegno a 40 miliardi di euro.

Nelle conclusioni del consiglio europeo del 17-21 luglio la dotazione del JTF è stata ridotta di 20 miliardi di euro.

La piattaforma per una transazione giusta

Come s’è visto – e com’è logico e naturale che sia – la transizione verso un’economia sostenibile e climaticamente neutra richiederà notevoli investimenti in tutta Europa.

Il problema di fondo risiede nel fatto che riconvertire l’economia di intere zone ad alta concentrazione di industrie estrattive (carbon fossile, lignite, torba o scisto bituminoso) e delle relative industrie produttrici di energia e a forti emissioni di CO2 (produzione di cemento, acciaio, alluminio, fertilizzanti o carta) costituirà una sfida importante per i territori che dipendono fortemente da tali attività.

Per affrontare le sfide specifiche di queste regioni, la Commissione ha introdotto un meccanismo per una transizione giusta che offre un sostegno mirato a tali territori. Si tratta della piattaforma per una transizione giusta, presentata lo scorso 29 giugno.

Il parere della Corte dei Conti europea

La Corte dei conti europea avverte: le ambizioni ecologiche dell’UE richiedono un Fondo per una transizione giusta maggiormente basato sulla performance.

Lo scorso 22 luglio 2020 la Corte dei Conti europea – nel suo ruolo istituzionale volto a contribuire a migliorare la governance finanziaria dell’UE – ha pubblicato un parere sulle modalità di funzionamento del fondo. Con qualche specifico avvertimento.

Secondo il parere della Corte dei conti europea, in particolare, la proposta di regolamento, recentemente modificata, concernente il Fondo per una transizione giusta (JTF) dovrebbe stabilire un legame più chiaro con gli obiettivi dell’UE in materia di clima e ambiente.

“Importanti risorse supplementari sono state stanziate per favorire la transizione dell’UE, entro il 2050, verso un’economia climaticamente neutra”, si legge nel comunicato stampa. Ma i finanziamenti “dovrebbero essere maggiormente basati sulle necessità e orientati alla performance”.

In caso contrario, si legge sul sito dell’ECA, “vi è il rischio che il cambiamento strutturale necessario non si concretizzi e che la transizione verso un’economia verde debba essere nuovamente finanziata”.

Analisi delle necessità con ulteriori finanziamenti alle regioni

Dopo una breve cronistoria relativa ai cambiamenti diacronici degli stanziamenti, cui si è fatto cenno poc’anzi, conclusosi con il riferimento alla riduzione di 20 miliardi per il JTF nel nuovo piano di bilancio approvato la settimana scorsa, la Corte dei Conti Europea si è espressa. E ha osservato che “la Commissione non ha effettuato una valutazione d’impatto a priori per giustificare l’importo modificato.

Una solida analisi delle necessità è fondamentale per assicurare una migliore assegnazione delle risorse finanziarie dell’UE. E per individuare e quantificare gli obiettivi da raggiungere. “Ciò è tanto più importante in quanto la proposta prevede ulteriori finanziamenti per le regioni che hanno già ricevuto un sostegno per la modernizzazione energetica tramite altri fondi dedicati”.

Il Just transition Fund potrebbe non centrare gli obiettivi

In sostanza, conclude la Corte:

  • il collegamento tra performance e finanziamenti è relativamente debole;
  • il metodo di assegnazione proposto fornisce scarsi incentivi ad attuare la profonda e significativa trasformazione strutturale necessaria per conseguire gli obiettivi dell’UE in materia di clima;
  • benché siano proposti indicatori comuni di realizzazione e di risultato, questi non rispecchiano chiaramente l’obiettivo della transizione da settori ad alta intensità di carbonio.

Di conseguenza, “vi è il rischio significativo che il JTF non contribuisca a porre fine alla forte dipendenza di alcune regioni dalle attività ad alta intensità di carbonio”.

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