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Spazi confinati: la gestione dei rischi nelle cantine vinicole

Spazi confinati: la gestione dei rischi nelle cantine vinicole

Se nei luoghi di lavoro il progresso tecnologico, in molti casi, ha allontanato l’operatore dalle fonti di pericolo, nella filiera della produzione del vino “rimangono ancora alcuni coni d’ombra non diversamente eliminabili in termini di rischio: l’accesso di lavoratori in ambienti sospetti di inquinamento o confinati ne è un esempio”.

In questi ambiti lavorativi gli infortuni che si verificano sono di una gravità estrema e l’analisi degli incidenti occorsi evidenzia “una strutturale grave mancanza di formazione ed addestramento e una inadeguata progettazione e organizzazione” anche durante gli interventi di soccorso.

Le cantine vinicole e la normativa sugli spazi confinati

Si ricorda poi che, riguardo al tema degli spazi confinati, il legislatore ha ritenuto necessario fornire indicazioni operative che “consentissero un’uniforme applicazione normativa e, al contempo, una maggiore attenzione da parte di tutti gli operatori verso tali obblighi”.

E con questi presupposti è stato promulgato il Decreto del Presidente della Repubblica 14 settembre 2011, n. 177 - Regolamento recante norme per la qualificazione delle imprese e dei lavoratori autonomi operanti in ambienti sospetti di inquinamento o confinati, a norma dell’articolo 6, comma 8, lettera g), del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81. E le cantine vitivinicole “rientrano pienamente nell’ambito di applicazione di tale norma”.

Il fenomeno infortunistico nelle cantine

Il documento, che riporta molti esempi di infortuni, spesso di esito mortale, avvenuti nelle cantine vinicole, riporta alcune utili indicazioni sul fenomeno infortunistico negli ambienti confinati e in presenza di gas asfissianti.

Vari casi avvenuti negli ultimi anni “indicano le diverse condizioni che concorrono al determinarsi di tali eventi:

  • lavorazioni svolte all’interno di autoclavi e cisterne, quali il lavaggio delle stesse e la rimozione di residui depositati dal vino ivi stoccato e non rimovibili con lavaggio dall’esterno
  • operazioni svolte in aree della cantina non adeguatamente ventilate durante la fermentazione dei mosti, quali locali interrati o seminterrati, con conseguente accumulo di CO2 nei medesimi
  • ispezione visiva di contenitori nei quali era presente azoto dopo lo svuotamento del vino ivi contenuto

E in generale negli incidenti si rileva “l’assenza di idonee procedure di lavoro, con particolare riferimento al mancato controllo dell’atmosfera del luogo confinato, la non disponibilità o il non corretto uso di dispositivi di protezione individuali, non adeguati sistemi di sorveglianza dell’attività a rischio e di gestione dell’emergenza; la sottovalutazione, comunque, dei rischi correlati alle diverse operazioni.

E non sono poi da trascurare le condizioni di pericolo che “vengono a configurarsi durante le operazioni di rifacimento o ripristino delle superfici interne dei vasi con uso di prodotti chimici impermeabilizzanti.

E si segnala poi che se in passato il rischio principale di morte nelle cantine era “costituito da asfissia in presenza di elevati quantitativi di CO2”, negli ultimi anni l’innovazione tecnologica ha introdotto “l’uso di elementi chimici sotto forma di gas – azoto ed argon - finalizzati a preservare la qualità del vino” portando, tuttavia, anche “nuovi rischi per la salute e la sicurezza dei lavoratori”.

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